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Più che del volontariato è il palazzetto del degrado, dei paradossi e delle liti. Qui, dal 2003, è ospitato il Cestrim sulla scia di una cessione dei locali in comodato d’uso da parte della Provincia di Potenza che a sua volta li aveva avuti dal Comune. Tra l’associazione e il Municipioè in atto un braccio di ferro tra burocrazia, immobilismo e silenzi che hanno il sapore di dispetti. Tutto comincia quando la Provincia restituisce al Comune i locali (è il 2008), informando il Cestrim che da quel momento in poi il suo interlocutore è l’amministrazione comunale. I locali del palazzetto, nel frattempo, vengono occupati da altre associazioni in un regime di «deregulation» che presta il fianco all’abusivismo. Di qui la decisione del Comune di sanare la situazione con l’introduzione di un canone di fitto. Nello stesso tempo ritiene illegittimo il contratto di comodato d’uso firmato dalla Provincia con il Cestrim. Un particolare: quel contratto ha la firma dell’allora presidente Vito Santarsiero, oggi sindaco della città. Che, quindi, sconfessa se stesso. Accanto al fitto da pagare, l’amministrazione precisa che restano a carico delle associazioni le spese relative alla ristrutturazione e alla messa a norma dei locali occupati, quasi tutti fatiscenti e preda di infiltrazioni. Chiamati a pagare il canone e a finanziare in proprio i lavori: il Cestrim non ci sta, fa rilevare che le associazioni non hanno fonti di guadagno e si appella al contratto di comodato d’uso gratuito che scade il 2014. Non solo. L’elemento che più di tutti spinge l’associazione a contestare il provvedimento è il fatto che l’edificio rientra nell’elenco degli immobili che il Comune intende vendere. Insomma, si rischia di pagare somme ingenti per rimettere in sesto i locali e poi di vederli affidare ad altri.Ma i contrasti tra Cestrim e Comune non finiscono qui. L’associazione presenta un progetto, per un importo di circa 92 mila euro, al bando sulle politiche sociali pubblicato dal Municipio di Potenza. Fondi europei in parte destinati anche alla ristrutturazione dei locali. I passaggi burocratici prevedono innanzitutto la presentazione della Dia (Denuncia di inizio attività) per l’avvio dei lavori. Documento che il Cestrim chiede come da prassi al proprietario dell’immobile, il Comune, ma l’ufficio patrimonio rigetta l’istanza perché spiega è ancora in fase di perfezionamento il passaggio dei locali dalla Provincia al Comune. A quel punto il Cestrim chiede all’ufficio politiche sociali la possibilità di «conservare» la quota di contributo in attesa del perfezionamento della pratica, presentando una fidejussione a garanzia. Niente da fare. Il contributo relativo alle opere edilizie viene cancellato, perso per scadenza dei termini. Solo dopo qualche giorno il funzionario dell’assessorato all’urbanistica annuncia di essere entrato in possesso del certificato di collaudo statico e che quindi può concedere la Dia. Ma è troppo tardi. Preso il colpo, il Cestrim si appresta a incassarne un altro. L’ufficio politiche sociale gli nega la concessione di un’altra quota del contributo previsto dal progetto approvato, pari a circa 6mila euro. Si tratta del laboratorio teatrale per ragazzi ideato nell’ambito di un piano contro il disagio giovanile. Lo stesso progetto ammesso a finanziamento viene contestato perché «la spesa rientra tra quelle di gestione ordinaria». La misura è colma. A questo punto il Cestrim apre un vero e proprio contenzioso con il Comune facendo rilevare che un’altra associazione ha ristrutturato i locali in assenza di Dia. E, soprattutto, partecipando al bando senza averne titolo perché «non titolare di un contratto di cessione in comodato d’uso».
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