Tagli a servizi e manutenzione strade per reggere l’urto. Un’analisi impietosa Potenza sull’orlo del baratro. E il baratro si chiama dissesto finanziario. Un inquietante deja-vù per il capoluogo lucano in cui riecheggia ancora il decreto firmato dall’allora capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro (era il 13 maggio del 1995) che dispose lo scioglimento del consiglio comunale per «bancarotta». Il provvedimento, lo ricordiamo, venne proposto dal ministro dell’Interno del Governo Dini, Antonio Brancaccio, che parlò di «una gestione finanziaria tale da determinare un forte squilibrio di bilancio, recuperabile solo attraverso una dichiarazione di dissesto». Gli effetti di quella situazione devastante si riverberano ancora oggi sulle casse comunali, già provate dai continui tagli imposti dal governo nazionale, e si traducono in imposte elevate per i cittadini e minori risorse per i servizi. La pesante eredità, inevitabilmente, incide anche sulle valutazioni relative all’af fidabilità dei conti del Comune di Potenza secondo lo studio sul rating dei conti comunali, realizzato per Aidapa (lo strumento specializzato in analisi economiche dei dati dei conti di enti locali e partecipate) e pubblicato ieri sul Sole 24 Ore, Potenza è l’unico tra i capoluoghi italiani nella classe di merito più bassa. Siamo etichettati con il rating «E», vale a dire rientriamo nella zona del rischio crac. Nella valutazione generale che fa riferimento al conto consuntivo 2007 vengono presi in esame, in particolare, alcuni parametri dal rapporto tra debiti e spese per mutui a quello tra impegni di spesa del personale e accertamenti di entrate correnti, passando per i tempi di estinzione dei debiti di finanziamento.Sommando tutti i dati, il quadro generale che viene fuori è devastante per il capoluogo lucano in cui molti indicatori analizzati lo spingono in un oceano di guai. Basta un dato l’equilibrio tra entrate e spese è soltanto «virtuale», dal momento che ogni 10 euro iscritti a bilancio 7,1 sono crediti sorti da più di un anno e relativi in genere a tributi e tariffe. Cosa vuol dire? Il Comune non riesce a riscuotere le proprie entrate e per sopravvivere i conti con le anticipazioni di tesoreria, dilatando il calendario dei pagamenti. Una situazione che conoscono bene i fornitori del Municipio, costretti a lunghe attese per riscuotere (in media trascorrono non meno di 220 giorni).Tutto, dunque, ha l’origine nel dissesto finanziario del ‘95 che ha lasciato una scia di debiti pari a circa 20 milioni di euro. A questa cifra vanno aggiunti i debiti fuori bilancio per 18 milioni e il cosiddetto «debito buono», quello che si contrae per rifare strade o investire sui servizi. Euro più, euro meno, alla fine, Potenza ha un debito complessivo di 146 milioni di euro a fronte di 70 milioni l’anno di spese correnti. Con questo peso sul groppone il bilancio presenta una sostenibilità ridotta ai minimi termini, anche se l’assessore comunale al ramo, Federico Pace, più volte ha sostenuto che «con qualche sacrificio si può reggere l’urto. Bisogna ha detto far uscire 12 milioni dagli 80 di spese correnti previste dal bilancio, tagliando qualche manutenzione e qualche servizio». Già, taglio io che tagli tu il governo nazionale prosciuga i trasferimenti statali verso i Comuni e le amministrazioni municipali si rifanno sulle tasche dei cittadini. Gli effetti di questa corrispondenza biunivoca sono già evidenti a Potenza, con la manutenzione delle strade ridotta ai minimi termini (qua e là spunta una toppa d’asfalto laddove sarebbe necessario rifare tutto il manto) e con la sfilata dei turchi che, nella migliore delle ipotesi, sarà riproposta quest’anno un pugno di figuranti. Apprevedendo piedati. C’è un’altra chiave di lettura del difficile momento finanziario che attraversa la città. Il vero problema di Potenza non è di bilancio ma di cassa. Manca liquidità. E questo dipende dai trasferimenti statali che, seppure rosicchiati dallo Stato, tardano ad arrivare a destinazione. A conti fatti, il Comune avanza qualcosa come 12 milioni di euro. Solo per il Palazzo di Giustizia, per il quale l’amministrazione ha anticipato le spese, si attendono da Roma circa 9 milioni, parte dei quali risalgono addirittura al 2002.
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