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Il ricordo del terremoto dell’Abruzzo ripropone con forza il tema della prevenzione. Soprattutto in Basilicata, terra «ballerina», la questione assume un aspetto prioritario. Qui, in questa terra, negli ultimi 1700 anni sono stati documentati qualcosa come 500 terremoti. E il dato è sicuramente sottostimato rispetto alla realtà. Lo afferma, in un suo studio, l’ingegner Maurizio Leggeri, del Centro di geomorfologia integrata per l’area del Mediterraneo. Nonostante sia una delle regioni più esposte ai terremoti, il territorio lucano sconta ancora ritardi su questo fronte. Un esempio emblematico a Potenza, quasi la metà della popolazione (29 mila persone), vive in strutture costruite senza criteri antisismici risalenti a prima del 1980. Palazzi costruiti negli anni ‘50 e ‘60, realizzati quindi con criteri, tecniche e materiali non antisismici. Un patrimonio immobiliare da studiare a fondo per prevedere eventuali interventi di «messa in sicurezza» e di «rinforzo» considerazione che ha ispirato a luglio del 2006 un protocollo d’intesa tra il Comune di Potenza e il dipartimento di Strut ture Geotecnica e Geologia applicata della facoltà di Ingegneria dell’Università di Basilicata. L’intesa era il punto di arrivo di una serie di valutazioni sullo stato di sicurezza degli edifici in città rispetto al sisma, considerato che una grande fetta dell’intero patrimonio edilizio risale agli anni ‘50, ‘60 e ‘ 70, case costruite, quindi, prima del terremoto del 1980. L’obiettivo era quello di monitorare i palazzi per stilare una mappa sulle criticità e prevedere interventi di ristrutturazione compatibili con l’utilizzo dell’appar tamento. Tecniche, insomma, il meno invasive possibili. La base di partenza è un quadro conoscitivo e metodologico messo a punto dall’Università di Basilicata che andrebbe aggiornato: al momento mancano le risorse e lo studio non è ancora partito. Dal 2006 a oggi si è tentato, invano, di individuare canali di finanziamento, pensando soprattutto alla protezione civile nazionale o a leggi nazionali che disciplinano il miglioramento dell’ef ficienza energetica degli edifici. L’obiettivo finale è garantire le necessarie risorse allo studio sul patrimonio edilizio più «anziano» della città. I fatti dell’Abruzzo, ma anche la vicenda dei 123 alloggi Melfi (sgomberati perché «fragili») hanno inevitabilmente seminato timori e preoccupazioni tra i cittadini. Ma quella della cittadina normanna è una situazione estrema, non riscontrabile spiegano alla Regione e all’Ater di Potenza in nessun altro luogo della Basilicata. Ciò non toglie che sarebbe opportuno verificare lo stato di salute dei palazzi più «attempati» e, nel contempo, prevedere tecniche «di protezione» in grado di aumentare la staticità dei nuovi edifici. Stare in un edificio durante un terremoto e non accorgersene. L’esperienza sarebbe possibile se le nostre case fossero costruite con quei sistemi di «pretezione passiva» che in Giappone, Nuova Zelanda, Usa, studiano dagli anni ’70 e che in Italia sono stati sperimentati, tra i primi, proprio dall’Uni – versità di Basilicata. La ricerca nel campo dell’ingegneria sismica non è mai sterile, produce una serie di ricadute in termini di know how, di elaborazione della normativa, di formazione dei professionisti, importantissime per salvare vite umane in caso di terremoti. L’ateneo lucano, all’inizio degli anni 90, avviò importanti studi di ingegneria sismica. Esperienza culminata nella costruzione di un grande laboratorio per lo studio, tra l’altro, di alcuni sistemi di isolamento sismico, poi applicati in un esperimento «sul campo» a Rapolla su un edificio Ater. Attualmente la ricerca si sta orientando sulla protezione sismica di edifici in muratura e centri storici, le cui peculiarità impongono un ripensamento degli approcci fin qui usati.
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