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POTENZA – l’inceneritore riaccende la paura per la diossina

A San Luca Branca, Varco Izzo, Costa della Gaveta, Bucaletto e zone limitrofe tremano. Nei ricordi dei più attempati riemerge un passato di decessi inspiegabili, animali ammalati, terreni contaminati. È bastato far circolare in città, riesumata dagli ambientalisti, un’ordinanza firmata dal sindaco di Potenza il 24 aprile del 1986 per riaccendere antiche paure: l’allora primo cittadino, Gaetano Fierro, ordinò l’isolamento e il sequestro di 85 polli, 5 tacchini e 30 pollastre di proprietà di un allevatore di contrada Vallone Calabrese e la disinfezione periodica del recinto e di tutta l’area circostante, con divieto di utilizzare abbeveratori. La decisione fu presa dopo l’esito positivo delle prove di laboratorio che riscon   trarono la tubercolosi su un pollo    dell’azienda agricola. Si associò quell’episodio alla diossina e al funzionamento, seppur per un periodo molto limitato, dell’inceneritore. Ecco perché l’annuncio della ripresa dei lavori per la messa in funzione del termovalorizzatore di San Luca Branca, con una spesa del Comune che si aggira sui 500 mila euro, ha scatenato una dura reazione degli ambientalisti e dei residenti della zona. Due le contestazioni: 1. impianto obsoleto che continua ad assorbire ingenti risorse finanziarie e che non serve a risolvere i problema della raccolta dei rifiuti; 2. quando negli anni ‘80 quell’impianto era in funzione procurò disastri ambientali enormi, con la diossina che causò stragi di animali e problemi seri a tante persone. I residenti, in particolare, ricordano casi clamorosi di aborti spontanei nel   circondario e animali nati con malformazioni come l‘agnello a due teste, inviato a Roma per analisi che non sarebbero mai state spedite a Potenza. Partendo da queste riflessioni  e considerando che nello stesso raggio d’azione opera un’altra struttura, la ferriera, che continua a sprigionare fumi  i residenti delle aree che gravitano attorno all’inceneritore alimentano la protesta degli ambientalisti «per scongiurare la riapertura dell’impianto. Non ci convincono le promesse di monitoraggio costante  dicono i cittadini  anche perché  in Basilicata non si effettua alcun controllo della diossina. In nessun posto». Al di fuori delle rilevazioni e dei dati elaborati da Arpab e Agrobios, il dipartimento regionale Ambiente, Territorio e Politiche della sostenibilità non dispone di altre informazioni sull’inquinamento. La Regione, come i nostri lettori ricorderanno, sta lavorando alla realizzazione del «Centro di monitoraggio ambientale» ed alla costituzione di una rete unitaria regionale dei dati in materia ambientale, ma al momento pare proprio che non vengano monitorate le diossine che si sprigionano sicuramente dagli inceneritori, dagli impianti siderurgici e da alcuni capannoni industriali. Non c’è da stare tranquilli, insomma. Anche perché in Basilicata c’è uno dei più grandi inceneritori d’Italia, Fenice, una mastodontica fonderia, la Siderpotenza, il cementificio di Matera e altri «produttori» di diossina sparsi qua e là, in particolare, nella Valbasento. Mai nessuno ha co   municato esattamente i livelli della diossina. E mai nessuno ha spiegato, ad esempio, agli abitanti di Bucaletto perché quasi ogni giorno si sente un odore acre che potrebbe nascondere veleni. Odore a cui gli inquilini delle nuove case dell’Ater dovranno farci l’abitudine. Così come dovranno abituarsi ai rumori e ai fumi della ferriera. Sì, perché sull’ipotesi di trasferimento della fabbrica si è detto e scritto tanto, ma l’unica certezza è che l’operazione trasloco (auspicata da sempre dagli abitanti di Bucaletto) costerebbe un occhio della testa. Anzi, tutt’e due, visto che ci   vorrebbero non meno di 400 mila euro a cui vanno aggiunti gli altri soldi necessari per bonificare l’area su cui oggi sorge l’impianto. Nonostante tutto, il sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, non ci  mette una pietra sopra: «Non abbiamo cancellato dai nostri impegni la delocalizzazione  precisa  ma l’abbiamo inserita nell’ampio discorso del piano metropolitano. Servirebbero non solo un’area di grandi dimensioni dove allocare la fabbrica, ma anche determinati servizi, la possibilità di attivare un raccordo ferroviario e particolari condizioni di natura energetica. Insomma  aggiunge Santarsiero è un percorso non semplice. C’è anche da considerare un altro aspetto: quant’anche si riuscisse a individuare una zona idonea, magari a Senise o a San Nicola di Melfi, significherebbe per la città di Potenza perdere circa 300 posti di lavoro. Ecco perché dobbiamo trovare una soluzione conclude il sindaco  che consenta di conservare un bacino lavorativo potentino».

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