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Il telefono, la tua croce. Se prima era tutto riconducibile alla parodia di uno slogan, adesso, i tempi sono cambiati. La dimensione è quella del reato. Sotto l’indicazione anglosassone stalking, vanno comunque annoverati vari tipi di atteggiamenti la cui finalità è sempre di carattere persecutorio. E così, i militari della Stazione carabinieri di Matera hanno eseguito gli arresti domiciliari disposti dall’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Matera nei confronti di un giovane materano di 25 anni ritenuto responsabile del reato di stalking e di lesioni personali ai danni della ex fidanzata. Lui non era nuovo a questa devianza. Già nell’ottobre dello scorso anno, al giovane era stata notificata un’ordinanza cautelare personale di inibitoria in relazione ad atti persecutori. A Matera risultò essere il primo provvedimento del genere emesso con lo scopo di vietare alla persona interessata di avvicinarsi o contattare in qualsiasi modo l’ex fidanzata e i di lei famigliari, nonché il luogo di residenza, il domicilio e la sede lavorativa. Servizi mirati svolti con discrezione, come la delicata materia richiede, consentirono la raccolta di elementi probanti le vessazioni, le molestie nonché lo stato di tormento ed angoscia in cui la vittima era precipitata a seguito della mai accettata interruzione della relazione sentimentale da parte dell’ex fidanzato. Quest’ultimo, per i timori nutriti circa l’incolumità personale e dei propri familiari, avrebbe condiziona e modificato le abitudini di vita della donna. In che modo? La vittima, fanno notare i carabinieri, è stata bersagliata da telefonate, minacciata, controllata nei movimenti, costretta a seguire l’ex fidanzato contro la propria volontà, anche abbandonando il luogo di lavoro. Alcuni episodi di violenza si sono persino verificati sotto gli occhi dei familiari della ragazza. Insomma, i militari dell’Arma, oltre a fornire costante assistenza e vicinanza alla donna, hanno continuato a monitorare il comportamento dell’ex fidanzato e l’osservanza al primo provvedimento, di cui una singola violazione avrebbe comportato inevitabilmente l’arresto. La misura cautelare, che dovrebbe poter aiutare la vittima nel lento percorso di ripristino della serenità nella vita privata, assume anche un’altra valenza. Può servire da incoraggiamento a tutte quelle donne che in situazioni analoghe, purtroppo molto diffuse, non denunciano per vergogna. Di contro, continuano a sopportare in silenzio. Il Comando provinciale, che già da tempo ha istituito una squadra specializzata nella materia, ha affidato queste attività ad un ufficiale donna per favorire un dialogo utile e a vincere ritrosie o vergogna, in una cornice di comprensione, partecipazione emotiva e rispetto assoluto della privacy.
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