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(02-09-2009) - CRONACHE -

CRISI MORANDINI, PMI SENZA OSSIGENO, UN MILIONE A RISCHIO

Impossibile quantificare le piccole aziende a rischio chiusura.

Impossibile quantificare le piccole aziende a rischio chiusura, tuttavia ricordo che l’accordo sulla moratoria sui debiti considera una platea potenziale di un milione di piccole imprese. Giuseppe Morandini, presidente dei piccoli imprenditori della Confindustria, lancia l’allarme in vista dell’autunno. E’ come se fossimo a cinquanta metri di profondità dice intervistato da Repubblica  con pochissimo ossigeno nei polmoni per risalire. Dobbiamo sperare che qualcuno sia in grado di fornirci le bombole. Morandini auspica ‘una stagione di responsabilità, con quattro protagonisti gli imprenditori che non devono mollare; le banche, che possono dare ancora di piu’ se si rivedono i parametri di Basilea 2 sull’accesso al credito; il sindacato, al quale chiedo di concentrarsi sui prossimi rinnovi contrattuali facendo funzionare l’accordo di gennaio; il governo.
Secondo Morandini, il governo deve dare certezze operative.
Non è possibile affidare a un click osserva  l’accesso agli incentivi per l’innovazione o la ricerca o addirittura, i rimborsi Irap. Per cui ne beneficia chi arriva prima e chi dispone della banda larga. Invece, spiega, serve un grande piano di sostegno alle aggregazioni tra piccole imprese e bisogna rafforzare la lotta contro i nemici storici delle piccole imprese la fiscalità e la burocrazià. In questa fase, avverte Morandini,’la priorità assoluta e’ quella di salvare piu’ posti di lavoro possibile, che vuol dire salvare le piccole imprese perche’ e’ qui che sono impiegati otto lavoratori su dieci.

2 Responses to CRISI MORANDINI, PMI SENZA OSSIGENO, UN MILIONE A RISCHIO

  1. Carne da Cannone Rispondi

    22 settembre 2009 il 07:50

    Repubblica 21/09/2009
    ECONOMIA

    Como, il caso Lavagnini. “La banca mi nega 150mila euro
    io devo chiudere e ai miei operai chi glielo spiega?”
    Caro denaro per le aziende
    “Così si cancella una fabbrica”
    dal nostro inviato ROBERTO MANIA

    COMO – Piccole imprese schiacciate dai debiti. L’ondata di chiusure sta arrivando in silenzio. È la coda velenosa del tracollo del capitalismo drogato dalla finanza. Sono almeno un milione le aziende in affanno per mancanza di liquidità, cioè di soldi. Boccheggiano insieme ai propri dipendenti in cassa integrazione, in mobilità, a un passo dal licenziamento.

    E accade nei distretti marchigiani del made in Italy, nel nord est dei mille capannoni; nel nord-ovest della manifattura tradizionale, nella Lombardia un tempo opulenta e degli straordinari pagati in nero. Succede anche a Como dove i tassi di disoccupazione se la sono sempre battuta con quelli del nord Europa. Ma dove hanno già chiuso le storiche fonderie di Dongo, e poi le officine Giardina. Qui, entro fine anno – stando alle previsioni della Fim-Cisl – saranno in 5-600 a perdere il lavoro.

    Eccola, davvero, la crisi nell’economia reale. Per Paola Lavagnini, 47 anni, imprenditrice comasca, lavorare è stato il verbo della vita. Ora lo coniuga al passato, oppure al futuro, ma non riesce a farlo al presente. La sua azienda, la Lavagnini fondata dal padre Carlo più di mezzo secolo fa, sta arrivando al capolinea. Un anno fa, quando la Lehman Brothers è fallita e gli impiegati se ne andavano mesti con i cartoni in mano seguiti dalle telecamere di tutto il mondo, New York appariva lontanissima, sfocata, guardata da qui, da Rebbio, frazione di Como. Profondo nord industriale. Terra di imprese: ce n’è una ogni undici abitanti. Qui padrone e operaio lavorano ancora fianco a fianco. Capitalismo familiare, molecolare, flessibile, disordinato, destrutturato. Un tempo anche indomito. Colpito prima dalla Cina e poi dal tracollo di Wall Street. Perché esattamente un anno dopo quelle immagini da New York si sono avvicinate, adattate alle microimprese comasche. E non solo.

    “Se non mi arriva il finanziamento, chiudo. Non ho alternative”, dice Paola Lavagnini. “E non sono ottimista, sono sfiduciata”. Sta nel suo piccolo ufficio, non più di venti metri quadri, pareti rosa, computer acceso in attesa di ordini che non arrivano, mobilio meno che essenziale, un po’ retrò, anni Settanta. Un’altra epoca, quella d’oro, quella in cui, nei capannoni di Via Ortigara, di telai per la stampa sui tessuti – questo è stato soprattutto il distretto della seta – se ne facevano a centinaia di migliaia al mese, in cui “babbo Carlo” impiantò un’officina addirittura laggiù, a Buffalo, proprio negli Stati Uniti d’America. La Lavagnini conquistava il mondo: Nord Europa, Australia, Russia. Il 30-35 per cento del fatturato se ne andava all’estero. Oggi praticamente più nulla.
    La Lavagnini ha chiesto un ultimo, piccolo, prestito: 150 mila euro. “Mi basterebbero per ripartire”, sostiene. Ma la sua banca (quella con cui operava da quarant’anni) le ha detto no. Gliel’ha comunicato il 2 settembre, giorno di rientro in azienda dopo “un agosto infernale”.

    Motivo? La Lavagnini è un cattivo pagatore. È scritto nella Centrale rischi della Banca d’Italia. “Siamo bollati”, dice. “Ma vorrei vedere chi non lo è di questi tempi. Siamo tutti nella stessa situazione. Perché se il cliente non mi paga io non posso pagare il fornitore. Siamo collegati”. Manca la liquidità e crescono gli insoluti. Inutile spiegarlo al direttore della filiale, perché è cambiato da poco, perché la storia dell’azienda non conta più, perché i progetti per ripartire i banchieri li studiano con sospetto e timori, seguendo i criteri rigidi, asettici, e molto prudenziali di “Basilea 2″. Questo è il credit crunch. Lavagnini ha chiesto di potere sfruttare la moratoria prevista dal protocollo tra l’associazione delle imprese e quella delle banche, ma che, in attesa delle circolari attuative, qui è ancora lettera morta.

    Un’idea per riposizionare la sua azienda, Paola Lavagnini l’aveva anche avuta. Sette anni fa (proprio quando è morto il padre-fondatore) pensava il sfruttare il suo know how per “allargarsi” dall’industria tessile a quella alimentare. Pensò di fabbricare in alluminio anodizzato i cestelli per l’essicazione della pasta. Le avevano anche detto che a Strasburgo il Parlamento europeo stava esaminando una norma per sostituire gli attuali cestelli in legno (prodotti in Romania) con quelli in alluminio ben più sicuri dal punto di vista igienico per quanto assai più costosi. Ma la norma non è arrivata, il brevetto è rimasto nel cassetto, i 25 mila euro investiti per i nuovi stampi non hanno fruttato nulla e i cestelli (tranne i tremila piazzati in Australia) sono ancora lì accatastati nei capannoni. Dove lavora anche il marito: manutentore in esubero, perché se pure dovesse arrivare il fido, lui se ne andrà gradualmente in pensione.

    Da febbraio si fa la cassa integrazione a rotazione alla Lavagnini. Nei primi anni Novanta in quei capannoni vi lavoravano fino a 24 operai. Ora sono rimasti in otto, più un’impiegata per l’amministrazione. Ogni giorno due operai (“i ragazzi”, li chiama) stanno a casa per quattro giorni a settimana, poi, il venerdì, tutti in cassa integrazione. Per ora è stata la stessa Lavagnini ad anticipare i ratei della cassa integrazione. Ha usato gli accantonamenti per le liquidazioni. Da tre mesi non versa più l’Iva e neanche i contributi sociali, quelli che servono per la pensione. Si è fatta fare la perizia sul terreno e i capannoni. “Mi darebbero troppo poco, questo è un terreno edificabile”. Aspetta. “Eppure – racconta – “i ragazzi” non hanno capito ancora bene come stanno le cose anche se ne abbiamo parlato. Ad agosto sono andati tutti in ferie. Io li ammiro: sono ormai sette anni che non vado in vacanza”.

    Como è terra leghista. In provincia il Carroccio è il secondo partito, dopo il Pdl, e in città è il terzo con un testa a testa con i democratici. Ma non è solo per questo che si avverte una secessione di fatto tra le imprese e la politica. La crisi l’ha soltanto acuita. Paola Lavagnini dice che alla fine l’imprenditore è solo. “Tutti pensano che l’Italia la faccia la Fiat, e invece siamo noi a farla: i piccoli. Eppure passiamo inosservati. Ma il governo non aveva detto che le banche devono dare i soldi?”.

    (21 settembre 2009)

  2. Carne da Cannone Rispondi

    22 settembre 2009 il 07:49

    Lavagnini: quanti siamo?
    E se non fosse sola la Signora Lavagnini, se di uffici come il suo ce ne fossero migliaia in Italia, se ci si potesse guardare tutti noi, carne da cannone, e parlare, e contare, ma quanti saremmo?
    La rabbia, l’umiliazione, la paura, l’impotenza di fronte ad uno stato di cose inarrestabile, quasi un cancro, stagnano nei fili del telefono di associazioni di categoria, in sale riunioni di commercialisti, in notti insonni pensando ad una vita senza futuro. In quanti proviamo questi tristi sentimenti, di cui il piu’ colpevole e’ l’impotenza?
    Quando, una valigia via l’altra, portavamo il prodotto Italiano in posti dove nemmeno c’era un Consolato Italiano, dove il cliente ti pagava con pacchi di banconote sporche, puzzolenti di mercato nero, e le nascondavamo in ogni scarpa, calzino, valigetta per portarli in Italia e coprire l’anticipo in banca, eravamo il vanto del populismo italiano: la grande piccola media industria.
    Oggi, abbandonati nel mezzo di una strada polverosa senza uscita, siamo trattati come lebbrosi, come cenci di Prato buoni per il macero.
    Piccolo imprenditore che hai passato la tua vita tra i muri della fabbrica, i macchinari, i tuoi ragazzi, si perche’ gli operai, gli impiegati, sono ” i ragazzi” per tutti noi dopo che ne hai visto crescere i figli, piccolo imprenditore: devi morire.
    Senza la formula, buona per il medico che ha perso il paziente, “abbiamo fatto tutto il possibile” oggi le banche che davano a piene mani a tutti quelli a cui a loro tornava comodo dare, poi definiti furbetti, ed i politici a cui non interessiamo perche’ individualmente non portiamo voti nemmeno per un consigliere comunale, ci chiedono di morire in fretta e magari un po’ piu’ in la’, cosi’ non diamo fastidio.
    Ma se ci contassimo, se ci incontrassimo, quanti saremmo?
    Quanti di noi avrebbero ancora la forza di un ultimo colpo di reni di protesta, the last hurrah del Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, dove tutti assieme ci presentiamo, per l’ultima volta, ordinati e con dignita’, a chiedere che non si consenta l’eutanasia della meglio imprenditoria Italiana, delle persone oneste che hanno pagato stipendi per anni ad onesti lavoratori, che non si trasformi in carne da cannone una parte importante delle risorse umane dell’Italia. Quanti saremmo a rispondere a questa chiamata?
    Carne Da Cannone
    http://carnedacannone.blogitaliano.com

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