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(27-10-2008) - primo piano

Le discese ardite… e le risalite?

DICEVA OSCAR WILDE: “Chi non fa tesoro degli errori passati è condannato a ripeterli” …, ma procediamo con ordine su quel che sarà l’oggetto d’interesse di quest’articolo che ha il seguente tema: a che punto siamo col superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche? La letteratura legislativa in proposito inizia con la Legge n. 118/1971 dove al 1° comma dell’art. 27 dice: “Per facilitare la vita di relazione dei mutilati e invalidi civili gli edifici pubblici o aperti al pubblico o di interesse sociale di nuova edificazione dovranno essere costruiti in conformità alla circolare del Ministero dei lavori pubblici del 1968 riguardante l’eliminazione delle barriere architettoniche anche apportando le possibili e conformi varianti agli edifici appaltati o già costruiti all’entrata in vigore della presente legge; i servizi di trasporti pubblici ed in particolare i tram e le metropolitane dovranno essere accessibili agli invalidi non deambulanti; in nessun luogo pubblico o aperto al pubblico può essere vietato l’accesso ai minorati; …”.
Nel 1978 esce il regolamento di attuazione di questo articolo. Undici anni dopo viene pubblicata la Legge 13 dove al comma 2° dell’art. 2 dice: “Entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, il Ministero dei lavori pubblici fissa con proprio decreto le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica, … (da parte dei portatori di handicap – n.d.a.). Nel 1996 esce il regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici. Nel frattempo vediamo cosa è veramente successo nella realtà locale.
Negli anni novanta a Potenza è stato consegnato alla fruizione della cittadinanza il primo troncone delle scale mobili che ha una limitata capacità di servire un utente alla volta, stando in posizione eretta. Esiste a lato la scala d’emergenza, priva di servo-scala, in barba a tutta la normativa appena enunciata. Prossimamente sarà messo a disposizione della popolazione l’altro troncone e il ponte attrezzato (di scale mobili). Si spera bene, perché non sono esternamente visibili.
Al contrario il sovrappasso di Via Di Giura, ormai in fase d’ultimazione, risulta visibile perché il cantiere è all’aperto. Qui casca l’asino e fa un tonfo tremendo. La realizzazione di quest’opera, commissionata dal Comune della città e finanziata coi fondi UE, nasce dalla necessità di evitare ai pedoni il pericolosissimo attraversamento in più punti della gran rotatoria dove il flusso del traffico è a scorrimento veloce. Idealmente, ma sarebbe più esatto dire logicamente, quest’impianto sopraelevato, costituito da una struttura metallica prefabbricata fatta venire apposta da fuori, avrebbe dovuto collegare il parco Aurora con quello di Baden Powell, attraverso delle giunture da realizzare in loco, unico impegno per le maestranze locali. Dal lato corto col parco Aurora il collegamento è stato eseguito a regola d’arte: si è congiunto, senza dislivelli, il ponte col ballatoio d’ingresso al quartiere. Per contro dall’altra parte il collegamento sperato è rimasto … idealmente, contro ogni logica comune che da sempre fa a pugni con quella politica e, ancor più grave, a dispetto dell’anzidetta normativa. Sono state realizzate delle scale quando la logica, questa sconosciuta, suggeriva la costruzione di una passerella collegata ad un ulteriore ponte senza pretese: “quattro sbarre di ferro saldate da quattro fabbri” per by-passare l’unico punto di attraversamento stradale al fine di giungere all’altro quartiere se proprio i suddetti fondi – chissà se la neonata Europa non ha chiesto per quest’opera il rispetto della normativa in questione? – non erano sufficienti per un altro ponte avveniristico. Sarebbe stato meglio non averla iniziata un’opera così scriteriata ed incompleta.
Ecco i corsi e ricorsi storici degli errori passati. Alla vista delle scale una mano pietosa scrisse con
un pennarello delebile sotto il pannello indicante il committente dell’opera, i dati tecnici, i tempi di realizzazione, ecc. il seguente interrogativo, quasi a voler chiosare i dati ivi sciorinati: … e chi è inchiodato su di una sedia a rotelle deve rispettare le stesse regole dei mezzi su gomma, deve, in pratica, seguire il flusso del traffico col rischio di essere travolto. In altri termini è anch’egli un veicolo o un futuro pedone del sovrappasso? Un’altra mano impietosa l’ha cancellato, ma così facendo di certo non cancellerà questo monumento all’insegna dell’inciviltà fintantoché non ci faremo prestare dai tedeschi le mazzuole con cui hanno abbattuto il muro di Berlino. Mi sembra già di sentire i pensieri assordanti di “Lor Signori”: ma cosa vogliono ’sti handicappati, non bastano loro tutti i privilegi che gli abbiamo concesso, ora li pretendono pure con le maniere forti?
Ho una bella notizia da darvi: siamo pronti a rinunciarvi e farvene dono solo se siete disposti a bere il calice amaro che beviamo fino in fondo in ogni attimo della nostra esistenza. In che modo? Una volta lessi sul giornale la confessione fatta da un tale col cuore in mano. Raccontava che era solito parcheggiare sempre negli spazi riservati agli invalidi perché erano gli unici che trovava liberi. Un giorno fece un incidente e si spezzò la spina dorsale, divenendo così paraplegico. Dopo essersi rimessosi in sesto ritornò alla guida di un’auto opportunamente modificata, ma tutto non era più come prima. Ciò che per lui era una volta scontato, perché lo faceva con automatismo, ora diventava oggetto di conquista a prezzo di quel tempo che non voleva perdere per cercare un parcheggio legittimo. Naturalmente io non voglio il male di nessuno, ma riflettete! La ragione di tanta distrazione va cercata nel DNA di questa città: si chiama Potenza forse perché non esistono cittadini affetti da im…potenza motoria.

L'autore: Antonio Adobbato

L'autore: Antonio Adobbato

Allora va da sé che se le altre città sono state denuclearizzate, questa è stata deinvalidizzata… eppure non ho mai visto tante macchine munite di contrassegno per invalidi e qui “non capisco” la relazione, come diceva un adagio di Crozza Italia. Non chiamateci più concittadini, ma diversamente cittadini perché ci fate sentire stranieri in patria o esiliati come Dante che ebbe a dire nel suo esilio: “ … com’è duro calle Lo scendere e’l salir per l’altrui scale” (mo ci vuole proprio). Scendere le scale con la sedia a rotelle è facilissimo.
Ricordate l’immagine del carrozzino col bimbo dentro che precipitava dalle scale mentre intorno imperversava la rivoluzione russa, nel film documentario della corazzata Potemkin? E’ risalirle che l’è dura. Cos’è questa smania dell’homo faber veneziano tutto preso dal “Fazo tuto mi” (Faccio tutto io). Non sarebbe meglio far partecipare, realizzando poco, ma bene? Spingersi troppo al di là provoca un salto al di qua di dove si è.

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