CINQUANTA miliardi di euro in sette anni. A tanto ammontano i contributi Ue, integrati anche da fondi statali, destinati al Mezzogiorno d’Italia. Denaro che spesso si è disperso nei mille rivoli della burocrazia e dello spreco. Il dato è inquietante: lo sviluppo economico non c’è stato, nonostante lo strumento abbia come obiettivo quello di promuoverlo proprio nelle regioni – come la Basilicata – che ne hanno bisogno. Dove, sono andati e continuano ad arrivare, i moltissimi finanziamenti europei?
Dire che non è accaduto niente non è vero, dire poco non basta:
• danno erariale per somme non spese per ragioni di negligenza grave quindi di colpa (lo hanno riscontrato indagini molto accurate della Corte dei Conti, sia dalla procura regionale che dalle sezioni giurisdizionali che esercitano anche funzione di controllo e sia dalla magistratura ordinaria);
• vere e proprie truffe ai danni dell’Unione Europea;
• ipotesi di corruzione.
Non si tratta di episodi, occasionali o saltuari, truffe di singole persone. C’è sempre qualcosa che governa “al di sopra” la gestione complessiva della spesa pubblica ed è proprio questo che fa apparire sistemica la gestione dei finanziamenti pubblici i cui progetti di spesa, per i fondi dell’Unione Europea, si rivolgo a tutti i settori per cui si dovrebbe realizzare lo sviluppo: dall’ambiente all’informatica, dalla sanità alle opere pubbliche alla agricoltura.
Per potere intercettare il denaro si costituiscono società organizzate secondo vere e proprie scatole cinesi, in prevalenza miste (pubblico-privato). Nella parte pubblica si verifica una vera e propria lottizzazione degli incarichi, con persone che fanno parte di tutti gli schieramenti politici ad eccezione, forse, dell’estrema destra e sinistra. La composizione della parte privata? Spesso si trovano imprenditori direttamente collegati a chi si trova nella parte pubblica, settori rilevanti di organizzazioni vicine al mondo della Chiesa, personaggi politici di sinistra e di destra e si chiude il cerchio, fortunatamente non sempre in Basilicata, con società riconducibili alla criminalità organizzata.
La gestione della spesa pubblica sembra essere governata da gruppi di persone che avrebbero organizzato veri e propri sodalizi, “criminali” per il magistrato Luigi De Magistris, composti da professionisti, imprenditori, uomini del mondo dell’economia e della politica. Ciò servirebbe a realizzare un vero e proprio controllo anche di altri settori importanti della vita pubblica.
Se esaminate le compagini sociali, i soci nelle società, nei consigli di amministrazione, nei collegi dei sindaci e dei revisori dei conti, troverete sempre gli stessi gruppi di professionisti o persone legate anche in modo stretto con i sistemi di potere dello stato (non solo quelli politici). Inquietante, perchè si viene a creare anche una commistione deleteria tra controllore e controllato. Le persone che dovrebbero controllare, in quanto occupano ruoli vitali della regione o di altre istituzioni, a loro volta partecipano direttamente o indirettamente nelle società che dovevano essere controllate. Per cui, se il sistema dei controlli è impossibile o molto difficile, come si può garantire la corretta erogazione delle somme stanziate e far sì che queste realizzino dei progetti che portino allo sviluppo economico? L’OLAF, l’ufficio antifrode ha più volte segnalato che, in tanti procedimenti penali, le persone responsabili di alcuni reati in questa materia erano proprio quelle preposte agli organi di controllo delle regioni. Come diverse indagini hanno accertato, oltre a stabilire le condizioni per ottenere il finanziamento, sono poi le stesse che indicano (o impongono) alle società, chi assumere!
Dal 1994, la politica regionale di sviluppo avrebbe:
• potuto dare un maggiore contributo alla ripresa della competitività e della produttività della Basilicata che invece, rispetto alla maggior parte delle altre regioni italiane, dopo 13 anni presenta ancora squilibri economico-sociali
• dovuto ridurre la persistente sottoutilizzazione di risorse. Migliorando i servizi collettivi e delle competenze, sfruttando meglio (e non solo per pochi), gli incentivi appropriati per favorire l’innovazione, pubblica e privata perché rispondendo alle disposizioni del Trattato dell’Unione Europea e, per l’Italia, della Costituzione (art. 119, comma 5), i caratteri distintivi della politica regionale e precondizioni per la sua stessa efficacia, sarebbero dovuti essere l’intenzionalità dell’obiettivo territoriale e l’aggiuntività.
Con questo scenario, potrà mai venire da parte delle strutture comunitarie un concreto aiuto alla crescita della nostra regione?

Parlando di fondi europei bisogna distinguere 2 grandi momenti. “Il primo periodo, detto quadro comunitario di sostegno, è andato dal 1994 al 199
9 e i suoi effetti si sono trascinati fino alla fine del 2002, con un certo ritardo da parte dell’Italia(non della Basilicata) nell’impiego dei finanziamenti concessi; poi è partito il quadro comunitario di sostegno 2000-2006, volgarmente conosciuto come Agenda 2000. Il grosso dei fondi europei cofinanzia iniziative di emanazione regionale; una parte si rivolge ad iniziative o incentivi a carattere nazionale, come quelli previsti dalla legge 488; altre azioni sono direttamente finanziate dall’Unione Europea attraverso bandi ad hoc. Le singole Regioni gestiscono i fondi costruendo e attuando dei piani definiti POR, cioè Programmi operativi regionali in base ai quali dettano le linee guida, approvate in concertazione con l’Unione e preparano i bandi.
Per quanto riguarda l’andamento della spesa, cioè l’effettiva soddisfazione degli impegni assunti, le Regioni che hanno le migliori performance sono la Basilicata e la Campania. Il problema però, non è la mancanza di progetti quanto piuttosto la capacità di far sì che vengano approvati, in modo da spendere tutte le risorse a disposizione. Questo avviene, per carenza di comunicazione da parte delle pubbliche amministrazioni che non mettono al corrente le imprese di tutte le opportunità a loro disposizione, per la complicazione e farraginosità delle procedure burocratiche atte ad accedere ai finanziamenti. L’imprenditore indi necessita di consulenze, che possono diventare onerose. Inoltre, c’è un problema di adeguatezza dei POR alle reali esigenze della Regione Basilicata. In alcuni casi, i piani sono stati messi in campo in maniera “elettoralistica” invece di perseguire performance di spesa adeguate rispetto alle strategie regionali. Questo ha determinato una sorta di asimmetria tra le esigenze di sviluppo della Lucania e quanto era scritto nei POR. Adesso finalmente si è andati a una riforma dei POR di medio periodo: l’Unione europea punterà l’indice sulle performance di spesa e sulla reale adeguatezza dei piani. Che cosa ci riserva il futuro? La necessità è quella di calibrare in maniera più legata ai reali interessi strategici delle Regioni gli interventi di spesa dei fondi europei. Bisognerebbe assicurare una consulenza nell’utilizzo di questi fondi, attraverso l’opera di specialisti che possano, quasi a livello di porta a porta, garantire conoscenza alle imprese delle opportunità messe in campo per costruire progetti validi e soprattutto sostenibili da un punto di vista finanziario. In ogni caso l’uscita della Basilicata dall’Obiettivo 1 produrrà inevitabilmente un calo parziale di fondi rispetto al passato: non si può ragionare in maniera egoistica ma pensare a un’Unione il più possibile coesa, il che passa anche attraverso le reti di solidarietà.
Tutto l’arco delle forze politiche in campo vive l’imponenza della rete clientelare che non smette di generare mostri. Piccole semine di spreco, ogni giorno. Miliardi che hanno preso il volo per una quantità non documentabile di progetti cosiddetti “immateriali”. Enti locali affamati di soldi, ma non di idee. Sono nati i Gal (Gruppo di Azione locale). Devono, dovrebbero, animare l’economia di un territorio circoscritto a qualche comune. Altrettanti organigrammi amministrativi: assemblea dei soci, funzionari. E, come sempre consulenti. Ogni Gal ha un sito Internet; ogni sito un tecnico; ogni tecnico uno stipendio (duemila euro). Poi, i responsabili degli eco sportelli (altra figliolanza prodotta dall’Europa) e gli amministrativi (1800€ mensili). Ogni Gal costa quasi 250mila euro l’anno. Cosa fa? Attività non memorabili. Sembra che l’obiettivo, più che fare, sia comunicare! Venendo indirettamente alla nostra regione scopriamo che quello delle Colline Salernitane ha speso quasi 250mila euro per un volume (e dvd) dedicato all’intellettuale lucano Giustino Fortunato e al sentiero storico a lui intitolato. Tutto si può fare per raggiungere l’obiettivo dello sviluppo rurale. Ragionevole e giusto? Il settore agricolo? Autentico buco nero. Le forze dell’ordine, in Basilicata, più volte hanno fatto luce sulle truffe ai danni della comunità europea. E poi, quanti sono i capannoni che fanno da paravento ad inesistenti aziende? (nella zona Paip di Pomarico quasi 2,5 milioni di euro dei 3,3 richiesti da una fantomatica azienda erano già nelle tasche dei 12 soci, tutti denunciati per truffa aggravata ai danni dello Stato) Quanti i finanziamenti destinati alla formazione che non servono a formare niente e nessuno? Progetti fotocopia e finanziamenti al buio. I soldi sono stati tanti da aver dopato il mercato. La mano di Bruxelles è arrivata, ma (quasi) nessuno se n’è accorto.
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